Vi è tutta una tradizione di scienziati autori di fiction “gialla” e di argomenti o spunti scientifici trattati da giallisti e noiristi. La semiotica ci ha insegnato poi a distinguere almeno tre tipi di conclusione tratta da premesse narrative, ovvero tre tipi di inferenze: l’induzione (dal particolare all’universale), la deduzione (dall’universale al particolare) e, soprattutto nel nostro caso, l’abduzione (dal caso all’universale). Tutte e tre possono accrescere la conoscenza, induzione e abduzione necessitano però di una verifica empirica e possibilmente scientifica (dato che non contengono al loro interno una cosiddetta verità “logica”) ed è prevalentemente tramite l’abduzione che possiamo formulare idee davvero nuove (ricordando sempre ovviamente che esistono una teoria e una pratica dell’errore e dell’errare). L’abduzione è quella diSherlock Holmes, per capirci. Nella storia del romanzo e del racconto giallo tutte e tre le conclusioni hanno trovato spazio, nel noir sono perlopiù irrilevanti. Tanti scienziati hanno quindi passione per letture e scritture gialle. Conan Doyle era medico e s’ispirò a un medico scienziato. Dopo di lui migliaia di matematici, chimici, fisici, biologi, genetisti.

Esiste una ricca bibliografia sul nesso fra giallo e scienze, riferita sia agli innumerevoli romanzi pubblicati sia agli ormai molti saggi in materia. Per restare in Italia e limitarci al millennio in corso, per esempio, una quindicina di anni fa uno scienziato di origini fiorentine in cattedra a Camerino scrisse Il matematico in giallo. Una lettura scientifica dei romanzi polizieschi (Guanda 2008, pag. 271). Carlo Toffalori spiegò dettagliatamente che il giallo “coinvolge la Matematica dalla sua origine… la Matematica ritorna spesso nelle pagine dei gialli, al servizio del bene, ma anche a quello del delitto… esistono investigatori matematici così come assassini matematici… la Matematica non è forse fredda, onnipotente e inappellabile come in genere si immagina, e ha invece le stesse passioni e gli stessi fremiti della gente comune…”. Vale abbastanza anche per le altre scienze in relazione al giallo, e per altri scienziati scrittori del genere.

Non poteva mancare a un certo punto pure uno scienziato geografo, ne abbiamo iniziato a parlare. L’autore francese è stato un discreto studioso della sua disciplina (di cui continua a essere innamorato) ed è divenuto nel tempo uno specialista di geografia elettorale. Certamente gli oltre quindici romanzi che Michel Bussi ha pubblicato hanno una precisa ricostruzione dei “luoghi”, veri o immaginati, in cui sono ambientati e una notevole completezza di riferimenti alle specie vegetali o animali oltre che ai confini istituzionali o amministrativi. La sua professione gli ha imposto una maggiore attenzione nel trattare anche le altre discipline scientifiche, comunque quelle biologiche. Lasciamo a geografi o ad altri scienziati le valutazioni di merito, la ricerca di eventuali imprecisioni o affermazioni discutibili; si tratta comunque di romanzi non di saggi, di spunti per trame inventate non di materiale della propria disciplina, non di ipotesi di laboratorio, non di lezioni accademiche. Quel che qui interessa è la struttura “a enigma” della narrazione, il genere dell’intrattenimento letterario, più giallo che noir.

Abbiamo già accennato ai primi sei romanzi (2006-2012), quattro dei quali tradotti in italiano, il successo dedicato a Monet lanciato dalla casa editrice che poi ha sempre accompagnato l’autore (Edizioni e/o) con il traduttore divenuto fisso (Alberto Bracci Testasecca), sicché non li citeremo più d’ora in avanti. L’ordine di pubblicazione nel nostro paese non riprende la biblio-cronologia originale. Dopo Ninfee nere si sono via alternati i nuovi e successivi romanzi editi con la pubblicazione di alcuni di quelli precedenti già usciti in Francia. Continuiamo a ripercorrere trama (complicato ma necessario non fare spoiler), ambientazione e impasto di ogni romanzo di Bussi, ripartendo da dove ci eravamo lasciati.

Nympheas Noirs è del 2011, ha vinto tantissimi premi e ha dato all’autore fama internazionale. Non credo sia il migliore e anzi l’enigma lì è talora forzato. Va consigliato caldamente a chi ama l’arte e l’impressionismo, a chi frequenta la Normandia, a chi va a visitare i luoghi di Monet dove il tempo tende a fermarsi: informazioni e percorsi, colori (malva soprattutto) e atmosfere (malinconiche talora), odori e passioni. Il titolo si riferisce sia agli esperimenti di una dotata pittrice in erba, sia a un quadro appeso nel torrione della “strega”, sia a uno sconosciuto presunto dipinto dello stesso morente Monet. Le esplicative paginette di incipit e la successiva narrazione prevalentemente in prima e al presente consentono all’autore di alterare il “patto” coi complici lettori rispetto ai fini ingranaggi criminali, di disseminare indizi senza dire alcune cose di sostanza, sicché il finale è sorprendente più per l’epoca che per il modo. Va bene lo stesso, il romanzo combina diversi generi, è soprattutto una fiaba gialla.

Il settimo romanzo di Bussi è del 2013, Ne lâche pas ma main, “Non lasciare la mia mano”, in Italia nel 2017 (pag. 359 euro 16). Siamo ancora una volta su un ecosistema insulare, vero questo, francese ma colonia, l’Isola della Réunion, a Saint-Gilles-les-Bains dal 29 marzo all’1 aprile 2013. Grande oltre 2.500 chilometri quadrati con quasi un milione di abitanti (5 deputati all’Assemblea Nazionale), la frastagliata isola tropicale Réunion fa parte dell’arcipelago delle Mascarene nell’Oceano Indiano, dipartimento francese d’oltremare a est del Madagascar non lontano da Mauritius, una meraviglia per le vacanze, piena di turisti soprattutto durante la settimana di Pasqua. Immigrazioni plurime e diacroniche ne hanno fatto un guazzabuglio etnico, attira godurioso turismo per il vulcano e i 207 chilometri di costa, le foreste tropicali e le barriere coralline. Vi si svolge un’accorata caccia all’uomo di 50 ore e verrebbe voglia di visitare ognuno dei centri urbani e dei siti naturali citati. La narrazione è in terza varia al presente, emerge la sensibilità evoluzionistica dell’autore, sia quando parla delle specie animali presenti più o meno estinte (come il tenrec o il papangue, il tec-tec, il dodo), sia quando usa termini e modi di dire del posto.

Josapha Sofa Bellion ha sei anni, disincantata figlia di Liane e Martial, capelli biondi e occhi azzurri, adorabile peste, intelligente appassionata volitiva. Liane Armati, bibliotecaria a mezzo tempo, è la più bella donna dell’hotel, bionda, lattiginosa, lentigginosa, esile, allegra, di classe. Martial aveva già vissuto sull’isola, ora è custode di palestra in un piccolo comune della regione parigina, muscoloso e abbronzato, sono sposati da cinque anni. La piccola Sofa sta facendo la smorfiosa coi braccioli in piscina quando la madre svanisce. Era salita un attimo in camera, il padre l’aveva raggiunta, un’ora dopo lui affranto ne dichiara la scomparsa, nella stanza manca un coltello e sono evidenti gli schizzi di sangue. Il titolo (anche francese) fa riferimento alle paure della bambina (per suggestione o rischio pratico), che si rivolge accoratamente al papà (talora in prima), pur non sapendo se abbia davvero già ucciso la mamma.

Poche ore dopo i primi interrogatori, quando vari indizi convergono sulla colpevolezza del marito che sta per essere arrestato pur non essendo stato rinvenuto il cadavere, anche papà e figlia scappano e riescono a non farsi più trovare. Li braccano ovunque con perquisizioni e posti di blocco, all’inizio sotto la guida della locale giovane comandante della brigata di gendarmeria, Aja Purvi, meticcia zarabe (padre di origine indiana e religione musulmana) e creola, lunghi capelli neri e occhi a mandorla, laureata in Giurisprudenza a Parigi, sposata con il perfetto maestro Tom, due figlie, piccola nervosa ambiziosa tenace, coadiuvata dall’irregolare vecchietto sottotenente Christos innamorato della curiosa arrapante Imelda. Vari muoiono, la matassa risulterà dolorosa e l’enigma difficile da sbrogliare.

L’ottavo romanzo di Bussi è del 2014, come sempre a circa un anno di distanza dal precedente, N’oublier jamais, “Mai dimenticare”, in Italia nel 2017 (pag. 461 euro 16,50). Siamo tornati sull’Atlantico europeo, a Yport, è il 12 luglio 2014. Frana un pezzo di falesia, evento non raro sulla costa normanna di fronte al Canale della Manica. Tra i blocchi caduti sulla spiaggia la gendarmeria rinviene ossa di tre scheletri umani con un diverso grado di decomposizione (morti in date diverse). Per capirci qualcosa viene chiamata in causa l’Unità nazionale per l’identificazione delle vittime di catastrofi. La scena si sposta a quasi cinque mesi prima. Jamal si stava allenando a Yport, gli era stata regalata una settimana di soggiorno come premio di un sondaggio telefonico. Correva sulla falesia più alta d’Europa quando vide una sciarpa rossa di cachemire attaccata alla recinzione di un campo, poi una bellissima ragazza discinta sull’orlo dello strapiombo, parlarono un attimo, provò a farla allontanare, le tirò la sciarpa, lei sembrò prenderla ma poi si gettò nel dirupo.

Jamal Salaoui è un giovane magrebino bruno, muscoloso e senza una gamba, tibia e piede di carbonio, cresciuto a La Courneuve nella regione parigina, dal 2008 assunto da categorie protette come operaio per manutenzioni varie in un istituto terapeutico, ormai sportivo di alto livello (paraolimpico) intenzionato a partecipare all’Ultra-Trail del Monte Bianco, la più dura campestre del mondo. L’apparente suicidio lo sconvolse, non poteva certo sporgersi sul ciglio, corse sotto, ritrovò il corpo sui sassi, stranamente aveva la sciarpa intorno al collo, due persone avevano visto solo la giovane cadere, arrivò la polizia, nessuno spiegava la concatenazione letale degli eventi e pian piano ci andò di mezzo lui. Fra l’altro nel 2004, a poca distanza di mesi, vi erano stati due episodi analoghi con belle ragazze poco meno e poco più che ventenni aggredite dopo un bagno, violentate e strangolate. Le morti non finiscono, l’enigma persiste.

Il titolo del romanzo si riferisce al nome dell’associazione promossa da familiari e amici delle prime due vittime per l’indimenticabile dolore subito, mai rassegnati all’inconcludenza delle tante indagini fatte. La narrazione ovviamente ha più piani temporali e alterna ad alcuni dispacci ufficiali la terza varia su alcuni protagonisti e la prima persona del diario scritto da Jamal, frastornato dalle donne incontrate, la ragazza che si era lanciata nel vuoto e Mona Salinas che incrociò in gendarmeria, capelli rossi, occhi neri, nasino all’insù, subito conquistata. E sorpreso dal contenuto delle buste riservate che qualcuno gli faceva trovare ovunque, per narrargli tutt’altra storia e destabilizzarlo di continuo, sia sul passato che sul presente. L’ingranaggio è molto complicato, perfettamente oleato. Ognuno dei 45 capitoli inizia con una frase inserita nel precedente. Come sempre il contesto è narrato con poesia e scienza: lo stesso senso di eternità del paesaggio risulta un’illusione, la falesia attaccata da tutte le parti (acqua, ghiaccio, pioggia, mare) resiste, si piega, cede e muore sotto gli occhi di milioni di turisti che non percepiscono quei cambiamenti sotterranei.

Il nono romanzo di Bussi è del 2015, Maman a tort, “La doppia madre”, in Italia nel 2018 (Pag. 491 euro 17). Siamo a Le Havre, ancora in Normandia, estuario della Senna, a novembre 2015. La 39enne comandante di polizia Marianne Augresse, con il giovane strafigo vice Jean-Baptiste Jibè Lechevalier e il tenente 52enne pluripaterno Pierrick PapyPasdeloup, sono sulle tracce dei ricercati e del bottino della rapina del 6 gennaio a Deauville; un colpo organizzato alla perfezione con la refurtiva nascosta prima che la polizia riuscisse a uccidere la coppia in moto dei quattro rapinatori e a colpirne gravemente un terzo, Timo Soler, poi anche lui sparito; dieci mesi dopo il ferito contatta un medico, forse possono prenderlo. Il bello psicologo scolastico Vasil Dragonman, voce soave e accento slavo, occhi brioche dorata e possente corpo fascinoso, contatta Marianne e la distrae: è convinto che il piccolo Malone Moulin di soli tre anni e mezzo dica qualcosa di vero quando, nonostante prove contrarie, fra tante frasi di apparente fervida fantasia, in continuo dialogo col peluche Guti, accenna al fatto che i suoi genitori ufficiali, Amanda e Dimitri, non siano i veri mamma e papà.

Le indagini parallele rendono sempre più pieni e convulsi i giorni di Marianne: chi aiuta Timo è furbo o insospettabile, si allunga una scia di cadaveri dietro il principale cervello della banda; Vasil è sempre più osteggiato, ma convincente e affascinante nel tentare di comprendere il passato del bambino; la sexy nuova gentile geniale amica Angélique AngieFontaine le sta vicino e condivide lo stesso desiderio di avere finalmente un figlio. Finché si capisce che è proprio Malone la chiave di tutto, il punto d’intersezione fra i casi, la memoria dei misteri e dei crimini, lo strumento di vari registi non in sintonia, l’occasione per trovare qualche verità e giustizia, ammesso che si riescano a risolvere gli enigmi. Lo schema si ripete: si comincia subito a capire che ci sono frasi e situazioni in cui l’autore potrebbe “fregarti”, tuttavia gli intrecci sono sempre minuziosi e sorprendenti, ancor più in un romanzo imperniato su un ometto.

Il testo appare come l’opera creativa di un illusionista (per certi versi è così tutto il giallo classico alla Christie), poi cominci a divertirti, a incuriosirti, ti prende ed è un colto grande intrattenimento. Ovviamente il romanzo è dedicato alla mamma (e alle mamme di tutti noi?). Del resto, non mancano teorie e lezioni di psicologia dello sviluppo: la memoria adulta non possiede ricordi dei primi anni di vita (perché e a che punto scompaiono?), l’infante ha poco tempo a disposizione prima che si dimentichi tutto (giorni o mesi?), i bambini mantengono rilevante memoria sensoriale, emozioni e impressioni che si incidono (e restano nell’inconscio oltre che in gusti e personalità?), il gioco svolge le funzioni di imitazione, codificazione, trasgressione (e ubbidienza?), la resilienza mescola sincerità e menzogna. Come nel resto della vita. La narrazione è in terza varia, distinta in tre parti di donna (Marianne, Amanda, Angie) con lo stesso incipit del venerdì all’aeroporto della fuga e il flashback verso i primi giorni della settimana. Un sito le accompagna, voglia-di-uccidere.com, oltre una ventina di significativi spunti per farlo, con condanne e assoluzioni popolari! In corsivo le belle storie ascoltate da Malone.

Il decimo romanzo è del 2016, Le temps est assassin, “Tempo assassino”, uscito finalmente nello stesso anno in Italia (pag. 511 euro 16). Questa volta, almeno all’inizio torniamo sulla più grande isola francese del Mediterraneo, siamo nel Nord Ovest della Corsica, baia di Calvi e penisola della Revellata. Agosto 2016 ma anche 27 anni prima e 27 anni dopo (l’ultimo dei 68 capitoli). L’avvocato 42enne Clotilde Clo Idrissi in Baron torna con marito biondo e figlia 15enne nel camping dei Tritoni dove era stata in vacanza nel 1989, lei 15enne con genitori e fratello maggiore. Finalmente! È la prima volta da allora. Quell’estate la loro Renault Fuego rossa precipitò da una curva a strapiombo sul mare, il burrone di venti metri conosciuto come Petra Coda, non si sa come lei era sopravvissuta, orfana, cresciuta dai nonni materni in Normandia. Il padre era il figlio del mitico Cassanu, famiglia antica e potente, proprietario di ottanta ettari incontaminati di natura, gran parte di quella bellissima area.

Clo è sempre stata energica ed elegante, bella ed esile, appena 1,48, capelli neri, sorriso sexy; non aveva più rivisto il lato corso della sua identità, soprattutto il nonno di 89 anni e la nonna Lisabetta di 86, lei unica erede in linea diretta. Appena arriva cominciano ad accadere cose strane: riceve una busta con un breve messaggio della madre (ancora viva?) contenente riferimenti e frasi che nessun altro avrebbe potuto conoscere; subisce il furto del portafoglio da una cassaforte che nessuno sconosciuto avrebbe potuto aprire; Orsu il tuttofare del campeggio usa gli strofinacci alternandoli nel secchio proprio come faceva sua madre un tempo e ha un labrador che si chiama come il bastardino che aveva nella casa di Tourny con i suoi; una mattina trova apparecchiata una colazione per quattro identica a quella che facevano in famiglia; scopre sorprendenti evoluzioni e riscopre vecchi amori; e così via. Poi i crimini diventano più violenti e rischia molto.

Il romanzo è ambientato lontano dalla Normandia e dedicato “agli amici dell’adolescenza che durano tutta la vita”, “come se il tempo che passa fosse innocente e siamo noi a sbagliare quando lo accusiamo e lo chiamiamo assassino”. La narrazione sull’oggi è in terza al passato, si alterna con il diario di Clo ragazzina riletto dall’uomo che lo ha requisito e ha deciso di farla pagare a tanti per come erano andate le cose. Il diario inizia il 7 agosto 1989, Clo posa il mazzetto sul parapetto ove precipitarono il 12 agosto 2016, poi tutto prosegue in parallelo fino alla fatidica data del 23 agosto, il tramonto sul Mediterraneo. Il congegno giallo è molto complesso, l’enigma ben strutturato su due livelli temporali con due diverse schiere di possibili “colpevoli”, un meccanismo investigativo appassionante e originale, se proprio si vuole solo un po’ troppo costruito (per lettori complici). Rimarchevole il numero di significativi coprotagonisti come il gigante disabile barbuto Orsu, mal detto Hagrid, orfano e muto, un lato devastato dalla nascita (occhio fisso, guancia atrofizzata, spalla storta, braccio pendente, gamba rigida) o la magnifica preda predatrice italiana Maria Chiara. Il tema ricorrente è familiare, le impossibili relazioni di coppia. Si capisce molto pure sui delfini e sul santuario dei cetacei di quel biodiverso mare.

L’undicesimo romanzo di Bussi è del 2017, On la trouvait plutôt jolie, “Il quaderno rosso”, in Italia nel 2018 (pag. 445 euro 16,50). Siamo a Marsiglia (e in area mediterranea) durante solo quattro giorni di fine 2016. L’affascinante energica vivace efficiente Leyli Maal ha avuto fino a questo momento un’esistenza intensa e drammatica, ora vive nel quartiere di case popolari Les Aigues Douces, nella periferia metropolitana della metropoli portuale francese, in un piccolo appartamento di venticinque metri quadrati. Va nel comune di Port-de-Bouc per chiedere ancora di avere assegnato un alloggio più grande, porta il contratto di lavoro (pulizie in un albergo) ottenuto finalmente a tempo indeterminato (dopo cinque anni di lavoretti), insieme alle foto della piccola casa e dei tre amati figli. Cena insieme a loro tutte le sere, alle sette e mezzo a tavola, un rito irrinunciabile. La più grande è una meraviglia, Bamby (nome peul), ormai quasi 22enne (27 marzo 1995), ha frequentato la facoltà di psicologia, lunghi capelli neri, occhi a mandorla dai riflessi nocciola, collo ramato, labbra di pesca, silhouette slanciata, pelle olivastra.

Il figlio più piccolo gioca spesso a pallone, Tidiane, 10 anni (2006), minuto, già gran lettore, affezionato ai carissimi nonni Moussa e Marème. In mezzo c’è il possente Alpha, nero e molto alto, oltre un metro e novanta per novanta chili di muscoli, 17enne (1999) che ha abbandonato la scuola e sa sempre cavarsela, una forza della natura. Accade che Bamby seduca François, lo leghi, gli prelevi del sangue, lo uccida. E anche gli altri figli sembrano coinvolti in qualcosa di criminale. Vengono prese di mira persone e attività della Vogelzug, una delle più grandi associazioni europee di assistenza ai migranti. Indagano due bravi poliziotti francesi, il primo è però pure un informatore servizievole del capo dell’associazione. Leyli non si dà pace, finisce per raccontare agli interlocutori la sua lunga terribile storia di ex cieca ed ex prostituta, l’aveva pure scritta. Deve pur salvare i figli in qualche modo, oltre a risolvere l’enigma!

Come nelle altre occasioni, la trama è ben arzigogolata, la vicenda narrata (in terza molto varia al passato) si svolge in meno di 75 ore, pur motivandosi con l’intera biografia della protagonista, coi tanti segreti finora nascosti, via via che emergono le fasi e gli ecosistemi di una “tipica” epopea migratoria, condensata poi in un cesto di occhiali da sole di tutte le forme e colori e nelle statuine a forma di civetta disseminate ovunque nella stanza. È originaria di Ségou in Mali, duecento chilometri a nord-est della capitale Bamako, ben presto innamoratasi della lettura a causa di una malattia della pelle e subito privata della vista dall’amaurosi, prima di peggiori travagliate vicissitudini. Era cocciuta e graziosa (da cui il titolo francese) e un’amica scrisse per lei in un quaderno quanto accadde in Africa (da cui il titolo italiano). Il romanzo è dedicato ai geografi “che esplorano il mondo” (citando versi di Brassens e Lennon) e insegna molto sui mercati generati dai flussi migratori, sulla doppia assenza e la doppia presenza di ogni migrante: “la stragrande maggioranza della gente vuole rimanere dov’è… Sono solo pochi pazzi a tentare l’avventura. Tra i cento e i duecentomila migranti che ogni anno cercano di attraversare il Mediterraneo, cioè meno di un africano su diecimila, e mi vengono a parlare di invasione?” Perfetto: è come se avesse letto del diritto di restare e della libertà di migrare!





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